Non i parla abbastanza delle persone alle quali dobbiamo la stessa esistenza del World Wide Web, e il suo miglioramento continuo.
Uno di questi, uno dei tanti, è Ian Hickson, l'editore della specifica Html. Facile reperire informazioni sul suo lavoro e sul suo punto di vista; basta visitare la sua pagina su Google+. Due sue recenti prese di posizione l'hanno portato al centro dell'attenzione. Si tratta di prese di posizione importanti.
La prima riguarda le modalità di sviluppo del software. Hickson è un gran sostenitore di quell'approccio è anche detto -non di rado in senso spregiativo- detto anche 'beta permanente'.
Hickson ne parla a proposito del suo lavoro nell'ambito del Web Hypertext Application Technology Working Group (WHATWG) -il gruppo di lavoro che si occupa dell'evoluzione del tecnologie Html-. Rivendica i pregi il suo modo di lavorare, che chiama 'living standard model', opponendolo allo 'snapshot model' tradizionalmente adottato da chi lavora nel W3C.
Secondo lo 'snapshot model', "one has a 'draft' that nobody is supposed to implement, and when it's 'ready', that draft is carved in stone and placed on a pedestal. The
usual argument is something like 'engineering depends on static
definitions, because otherwise communication becomes unreliable'."
Il 'living standard model', che Hickson e il suo gruppo adottano nel lavoro attorno all'Html, è invece
"a standard that we update more or less every day to make it better and better".
Niente è mail del tutto pronto. Ma intanto si può rendere disponibile il codice.
Non una norma imposta dall'alto, ma miglioramento continuo. Questo non vuol dire che seguendo l'approccio 'living standard si possano cambiare le cose in modo arbitrario. "The only
possible changes are new features, changes to features that aren't
implemented yet or that have only had experimental implementations, and
changes to bring the specification even more in line with what is needed
for reliable communication, as the argument above puts it (or
'interoperability', as I would put it), i.e. fixing bugs in the spec.".
La necessaria standardizzazione delle risorse definite dal World Wide Web Consortium (W3C), base necessaria per garantire l'interoperabilità, "doesn't depend on static definitions, it depends on accurate
definitions".
Posso aggiungere che dietro una definizione statica, "carved in stone and placed on a pedestal", imposta a tutti come fatto compiuto, l'interesse di parte ed eventualmente l'inganno si nascondono bene. Ben più difficile nascondere interesse di parte e inganno dietro una definizione accurata, ridotta allo stretto necessario, costantemente migliorata, trasparente, soggetta al controllo pubblico.
Ora, il ruolo di Hickson è particolarmente importante per via dell'Html5. In parole povere, l'Html5 rende inutili le App. Il potere economico, ed ed anche di controllo sociale, della Apple, per quanto riguarda iPhone e iPad, così come di Google per quanto riguarda il sistema operativo per dispositivi basati su Android, si fonda appunto sulle App, programmi scritti appositamente per ogni diverso sistema operativo: l'Os dell'iPad, Android, ecc. L'Html5 permette invece di accedere direttamente via browser (Safari, Explorer, Firefox, Chrome o quello che sia). Tutto più semplice, più trasparente, economico, uguale per tutti - come dovrebbe essere il World Wide Web.
Per Apple, Google, Microsoft, per i produttori di contenuti, l'importante è 'far pagare', e quindi la totale assenza di protezione dei contenuti sostenuta da Hickson è giudicata un 'punto di debolezza'. Si fa passare per problema tecnico una questione di libertà. O per maggior precisione: una questione etica.
Pochi giorni fa, non a caso, Hickson ha rifiutato una ulteriore proposta di inserire nelle specifiche Html un sistema di protezione dei contenuti multimediali, dichiarando: "I believe this proposal is unethical and that we should not pursue it".
L'etica del Web sta nel garantire uguali condizioni di accesso. Chi ritiene di dover far pagare i contenuti che offre sul Web, faccia pure. I mezzi per raggiungere lo scopo sono diversi. Ma il Web è il Web solo se i suoi standard, come vuole Hickson, restano accurati, ridotti allo stretto necessario, costantemente migliorati, trasparenti, soggetti al controllo pubblico.
Nessuno ce lo viene a dire chiaramente, ma il sogno dei grandi operatori è quello di tornare ad una situazione one to many, una situazione dove i pochi dotati di potere possano decidere cosa va pubblicato e cosa no, e a che condizioni. Hickson e altri come lui, attraverso gli standard, difendono la libertà di accesso. L'etica del Web sta nel garantire a tutti la possibilità di pubblicare.
sabato 3 marzo 2012
sabato 25 febbraio 2012
La metafora del baule
La metafora del baule mi pare particolarmente
adeguata. E’ una metafora tecnica, legata allo sviluppo
dell’Information & Communication Technology. Ci parla di come
sia limitante l’idea di Data Base. Il
Data Base è una collezione organizzata di informazioni. Prima di
iniziare a raccogliere le informazioni, si deve definire il modello,
lo schema che prevede quali informazioni possono essere conservate, e
dove ogni informazione è conservata. Per accedere all’informazione,
si deve andare a cercarla proprio lì.
Non entro in dettagli, e
chiedo anzi scusa agli specialisti per la rozzezza della descrizione
che ho proposto. Ma il fatto rilevante è che oggi i trend più
significativi dell’I&CT tendono a dare per scontata l’esistenza
di Data Bases, e quindi a disinteressarsi di Data Bases.
Non importa
l’architettura del Data Base, non importa in che forma le
informazioni erano originariamente organizzate, non importa il luogo
fisico dove risiedono le macchine, non importa su quale disco o altro
supporto le informazioni sono memorizzate. Tramite strati di software
sovrapposti ad altri stati di software, tramite software dedicati,
tramite interfacce, tramite connessioni e reti, le informazioni sono
in ogni caso accessibili e collegabili tra di loro.
Dunque alla metafora del
Data Base –software che ci complicano la vita, e pongono vincoli
alla possibilità di conservare e riutilizzare informazioni e
conoscenze–, si sostituisce la semplice metafora del baule:
informazioni, conoscenze, documenti, testi, tabelle di dati
quantitativi, tutto può essere conservato senza problemi, in modo
affastellato, sconnesso, confuso, incoerente, dispersivo.
L’accumulazione disordinata non genera problemi. Quello che serve,
quando serve, nella forma che serve, potrà comunque essere
recuperato e fruito.
Elenco qui le definizioni più comuni di alcune delle aree tecnologiche che permettono di considerare superato il Data Base.
Si sa che la formulazione dei concetti, nel mondo dell’Information & Communication Technology, passa attraverso formulazioni tecniche e acronimi che rendono ostica la comprensione ai non specialisti, e spesso anche agli stessi specialisti. Si tratta di sigle che sono state, o sono, diversamente attuali come comodo supporto alla vendita di servizi e di consulenza e di vere o false novità. In realtà nascondo serissimi concetti che meriterebbero una riflessione filosofica. Ma mi limito qui a enumerarli alla rinfusa, come elenco aperto -non li colloco, appunto, in un Data Base-.
On line Analytical Processing (OLAP); Enterprise Application Interchange (EAI); Extracting, Transforming (o Transporting) and Loading (ETL); Middleware; Web services, Service Oriented Architechture (SOA); Semantic Web; Content Management System (CMS); Business Intelligence; Data Mining; Information Retrieval; Knowledge Discovery in Databases (KDD).
Qualcuno forse non vedrà sufficienti punti di contatto tra queste tecnologie: ma se accettiamo la metafora del baule tutto ci apparirà più chiaro: per avere a disposizione la conoscenza che serve, non c'è più bisogno di conservare su scaffali preordinati oggetti discreti, corrispondenti a un modello.
Non buttate via nulla, conservate alla rinfusa tutto in un baule. Questo basta. Quando sarà il momento ci preoccuperemo di cosa estrarre, e come.
Per questo non è più vero il vecchio adagio dei tecnici -"garbage in, garbage out"- che si giustificavano attribuendo alla scarsa qualità dei dati ogni responsabilità della cattiva risposta offerta alle aspettative degli utenti.
Il computing appare sempre meno come ordinamento di dati entro entro un modello strutturato -il Data Base- e invece sempre di più come processo alchemico, capace di trasformare scorie e materiali spuri in oro.
sabato 21 gennaio 2012
Stop Online Piracy Act (SOPA), Protect IP Act (PIPA) e la nozione del Copyright
Nell’ultima settimana due
progetti di legge in discussione presso il Congresso degli Stati
Uniti -Stop Online Piracy Act (SOPA), alla Camera dei Rappresentanti,
Protect IP Act (PIPA) al Senato- sono stati rimessi almeno per il
momento rimessi nel cassetto. Progetti sostanzialmente convergenti,
formalmente tesi a bloccare l’accesso a siti web sospettati anche
solo vagamente di violazioni del copyright. I titolari di
diritti lesi, in base alle leggi, potrebbero agire per vie legali non
solo nei confronti di chi abbia materialmente commesso la violazione,
ma anche nei confronti dei siti e dei portali che ospitano i
contenuti in violazione di copyright.
Schierati a favore, le associazioni
industriali dei produttori di Computer Games, Entertainment Software
Association; dell’industria cinematografica, Motion Picture
Association of America; dell’industria discografica, Recording
Industry Association of America; e ancora grandi gruppi editoriali:
Macmillan, gradi brand: Nike, L'Oréal. Contro Google, Facebook,
Yahoo, insieme a Wikipedia, alla Electronic Frontier Foundation e a
Human Rights Watch.
Gli schieramenti mostrano che si tratta di un tentativo di arbitrare tra le pressioni e le pretese di due
grandi lobby: da un lato l’industria editoriala nata prima
dell’avvento del computing e del World Wide Web, dall’altro
l’industria che vive del Web.
In ogni caso, non si tratta certo di
una legge tesa a difendere diritti dei cittadini, compresi tra questi
i produttori di conoscenza. Dico produttori di conoscenza perché le
antiche e belle parole che conosciamo -innanzitutto ‘autore’- nel
contesto offertoci dal computing e dal World Wide Web, appaiono
superate. E non costituiscono certo un passo avanti, nel descrivere
situazioni e possibilità, nuove espressioni come utente, user
content generator, e simili.
Il fatto è che i diritti -così anche
il copyright- sono stabiliti a partire da una tecnologia. “Il
riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento
di diritti d’autore sono emersi con la stampa”. Il copyright “non
è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in
privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti”. “Il caso
fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe
Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle
registrazioni sonore perché non erano ‘scritti’ in forma
tangibile, leggibile da un essere umano”. Ma poi via via nuovi
Gatekeeper, mediatori tecnologicamente necessari come lo è dal 1500
la stampa, hanno spinto la norma sul copyright ad allargare il
proprio ambito di copertura, fino a farne un mostro giuridico. Fino a
quando, dagli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai nostri giorni,
con l’avvento del Computing e poi del World Wide Web, si è tentato
di allargare l’ambito del copyright fino ad abbracciare la
produzione e l’uso di conoscenza sulla Rete. Con esiti sempre
insoddisfacenti.
Ciò che serve non “Bisognerà
inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro
creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona
più”.
Ho tratto le citazioni sopra riportate
da un articolo di Ithiel de Sola Pool. Scritto trent’anni fa, mi
pare molto più attuale delle cose che si leggono in questi giorni
sui giornali, ed anche nei commenti di pretesi esperti. Di seguito
riporto un paragrafo dell’articolo. (Ithiel de Sola Pool, “La
cultura della stampa elettronica”, in Comunità, anno
XXXVIII, n. 186, dicembre 1984. Al momento, non ho trovato la fonte
originale, che comunque è successiva al 1981).
[Con la pubblicazione elettronica]
spaventose sono le implicazioni per la proprietà letteraria. Anzi la
nozione stessa di copyright diventa obsoleta, perché legata alla
tecnologia della stampa. Il riconoscimento della proprietà
letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono
emersi con la stampa.
Quando in un luogo si riproducevano
copie numerose, diventava relativamente facile identificare la fonte
delle copie e il loro numero; e il luogo in cui venivano stampate era
quello in cui erra pratico applicare controlli o conteggi fiscali.
Infatti l’usanza del copyright cominciò di fatto, se non con quel
nome, nel 1557, in Inghilterra, quando Filippo e Maria, nel tentativo
di porre fine alla pubblicazione di libri sediziosi ed eretici,
limitarono il diritto di stampa a membri della Stationers’ Company,
assegnando a questa associazione il diritto di cercare e confiscare
tutte le pubblicazioni stampate contrarie alle leggi scritte o a
decreti. Otto anni dopo la Stationers’ Company, forte di quel
potere, creò un sistema di copyright per i propri membri. Nel 1709
il Prlamento approvò la prima legge sul diritto d’autore. (Jan
Parsons, Copyright and Society, in Asa Briggs (a cera di),
Essays in the History of Publishing,
Longman, Londra, 194, pp. 331e segg.).
Per i modi di riproduzione in cui non
esisteva un luogo di controllo tanto facile come nell’editoria a
stampa, secondo la legge consuetudinaria non si applicava il concetto
di copyright. Non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi,
o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti. Il
copyright fu un adattamento specifico a una particolare tecnologia e
ai problemi e alla possibilità che essa creava.
La legge lo riconobbe. Il caso
fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe
Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e
alle registrazioni sonore perché non erano “scritti” in forma
tangibile, leggibile da un essere umano. (209 US 1(1908). Cfr. anche
Goldsmith v. Calif. 421 USA 546 (1973) sulle registrazioni sonore).
Quel concetto d’autore legato alla consuetudinaria escluse della
protezione molte delle nuove tecnologie della comunicazione apparse
dopo il 1908. Ma l’industria cinematografica, discografica e più
recentemente televisiva hanno persuaso il Congresso, visto che i
tribunali non erano disposti a farlo, a estendere la protezione anche
a loro. Er le prime tecnologie nuove, il cinema e i dischi, questa
estensione seguiva una logica sensata. Come nel casso dei libri, si
trattava di oggetti materiali prodotti in copie multiple in uno
stabilimento di produzione. Lo stesso sistema che era stato
applicato qualche secolo prima alla stampa poteva in sostanza valere.
Ma con la comparsa della riproduzione elettronica il concetto è
diventato inadeguato. La pubblicazione elettronica è analoga alla
comunicazione a voce del diciottesimo secolo, non a quella
tipografica dello stesso periodo.
Si pensi ad esempio alla distinzione
fondamentale che la legge sul diritto d’autore stabilisce tra
lettura e scrittura. Leggere un testo sotto diritti non costituisce
una violazione della proprietà letteraria, lo è soltanto copiarla
in uno scritto. Come si applica questo principio al terminale di un
computer? L’unica maniera di leggere un testo archiviato in una
memoria elettronica è visualizzarlo su uno schermo; lo si scrive per
leggerlo. Per trasmetterlo ad altri, però, non lo si scrive, si
fornisce soltanto una parola d’ordine che dia l’accesso alla
propria memoria. Se quindi non si è scritto il testo, la violazione
c’è stata?
O si consideri il caso di un programma
che generi output computerizzato. Magari il programma opera su dati
numerici e genera un resoconto con tendenze di periodo, medie e
correlazioni. Magari il programma opera su un manoscritto e genera
riassunti prodotti dal computer. Certamente il programma
computerizzato che fa tutto ciò è un testo, che per la legge
attuale può essere protetto dal copyright. Ma in quale posizione si
trova il testo generato dal programma e dal computer? Chi ne è
l’autore? Il computer?
L’idea che una macchina sia capace di
lavoro intellettuale non rientra nell’ambito della normativa sul
diritto d’autore. Un computer può violare il copyright? Il breve,
nell'intero processo della comunicazione elettronica appaiono
versioni il cui testo è in parte controllato da persone e in parte
automatico. Parte del testo non è mai visibile, ma è soltanto
memorizzata elettronicamente; parte appare per un attimo su un tubo
catodico; parte viene stampata su carta. Ciò che è cominciato come
un certo testo varia e cambia per gradi fino a diventare
qualcos’altro. Chi lo riceve può essere un individuo chiaramente
identificato o un’altra macchina, che non stampa mai il testo, ma
utilizza soltanto l’informazione per produrre un’altra cosa.
Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il
lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non
funziona più.
Non sto esponendo una tesi
catastrofica. Il fatto che le note, le bibliografie, gli schedari e
il copyright non avranno senso per la pubblicazione elettronica come
l’avevano per i libri e gli articoli stampati (per i quali sono
stati concepiti) non vuol dire che l'ingegno umano non possa
risolvere il problema. Per molti scopi le versioni canoniche , i
cataloghi, e anche i meccanismi di compensazione sono essenziali. Si
troverà il modo per garantire almeno in qualche misura queste
esigenze, nonostante la situazione fluida dell’elaborazione interattiva conversazionale. Certo non so quale tipo di convenzioni
si costituiranno, ma sono sicuro che non corrisponderanno ai concetti
attuali.
domenica 15 gennaio 2012
Macchine perturbanti, o automi
A
Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima
Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è
sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio
che aveva da ani nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche. (Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307).
Riflette
attorno a “quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è
noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”.
Poco
ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una
traduzione: perturbante. Questa espressione rende ben poco del
tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi
di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch,
‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’.
E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è
proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco
l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso,
straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio,
unconfortable, gloomy, ghastly.
Freud
nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è
Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la
lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e
veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta
ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero
dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo
seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò
che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è
affiorato”.
Ecco
dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’,
‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla
conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich
traduce il latino mysticus, divinus, occultus,
figuratus. (Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877). Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich
assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra
una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: “a volte mi
sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui
ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi”.
Anche
a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel
mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni
pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel
timore.
Freud,
si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando
di conoscenza.
L’
Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza
che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al
contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di
inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
Freud
-parlandoci da una Vienna che a lui stesso inizia a diventare
straniera, e che giorno dopo giorno svela il suo lato tenebroso e
sinistro- ci avvicina così a uno dei nodi della cultura del
Ventesimo Secolo. Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre
tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi,
scienziati e filosofi tentano di definire linguaggi capaci di rendere
esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere ogni cosa.
Progetto
mitteleuropeo che sarà centrale nelle Macy Conferences, progetto che
vedrà i suoi esiti nel Computing e nell’informatica: tentativo
di sostituire all’informe conoscenza una informazione
ben controllata e codificata; assoggettata a un canone e ad una
autorità, cosicché si possa essere esentati dal dover guardare in
terreni ignoti, dal dover prendere in considerazione ciò che appare
pericoloso e scandaloso.
Non
solo: in Das Unheimliche Freud ci anticipa anche uno dei
passaggi chiave del dibattito che animerà negli Stati Uniti le Macy Conferences, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Cinquanta: il
confine tra uomo e macchina. Dove l’uomo rischia di soccombere alla
sua inesausta ricerca di scoprire ciò che è segreto -l’ambizione
di Faust così come ci è narrata da Goethe- nasce il bisogno di
disporre di macchine. Se l’uomo non può sopportare il brivido
della paura che coglie chi cerca l’ignoto, il segreto, il troppo
difficile, potranno forse andare oltre macchine.
Macchine che superino l’imperfezione
umana, macchine antropomorfe. Non a caso Freud ci parla di “figure
di cera”, “bambole ingegnose”, “automi”. E del dubbio che
“un essere apparentemente animato sia vivo davvero”, e che
viceversa “un oggetto privo di vita non sia per caso animato”.
giovedì 22 dicembre 2011
Ithiel De Sola Pool, 1982
Metto Ithiel De Sola Pool, contraddittorio personaggio, vicino a Vannevar Bush, Licklider, Engelbart, Ted Nelson -variamente citati in questo blog.
Basta questa citazione del 1982: "All’inizio la pubblicazione diventa elettronica perché un cronista scrive il suo articolo su un word processor e l'editing e l'impaginazione avvengono con l'ausilio di un computer; ma alla fine esce un giornale che ha l'aspetto di sempre. Questo è soltanto l'inizio. La futura pubblicazione elettronica potrà essere forse più simile al ragazzino con il videogioco delle guerre spaziali, permeato di luci e di suoni accanto alle parole. Il giocatore comincia; la macchina risponde. È un processo di conversazione attiva. Può essere divertimento; può essere gestione della vita quotidiana; può essere lavoro. Qualunque cosa sia, alla fine probabilmente assomiglierà alla pubblicazione come l'intendiamo oggi più o meno allo stesso modo in cui gli affari o i prodotti della conglomerata Time-Life assomigliano allo scriptorium di un monastero".
Ithiel De Sola Pool: di famiglia ebrea, trotzkista da giovane, durante la Seconda Guerra Mondiale -come Bateson, Mead, Lazarsfeld- lavora nel campo della comunicazione di massa: studia con Harold Lasswell la propaganda nazista; anche lui è uno dei soldati dell'esercito di Vannevar Bush.
Basta questa citazione del 1982: "All’inizio la pubblicazione diventa elettronica perché un cronista scrive il suo articolo su un word processor e l'editing e l'impaginazione avvengono con l'ausilio di un computer; ma alla fine esce un giornale che ha l'aspetto di sempre. Questo è soltanto l'inizio. La futura pubblicazione elettronica potrà essere forse più simile al ragazzino con il videogioco delle guerre spaziali, permeato di luci e di suoni accanto alle parole. Il giocatore comincia; la macchina risponde. È un processo di conversazione attiva. Può essere divertimento; può essere gestione della vita quotidiana; può essere lavoro. Qualunque cosa sia, alla fine probabilmente assomiglierà alla pubblicazione come l'intendiamo oggi più o meno allo stesso modo in cui gli affari o i prodotti della conglomerata Time-Life assomigliano allo scriptorium di un monastero".
Ithiel De Sola Pool: di famiglia ebrea, trotzkista da giovane, durante la Seconda Guerra Mondiale -come Bateson, Mead, Lazarsfeld- lavora nel campo della comunicazione di massa: studia con Harold Lasswell la propaganda nazista; anche lui è uno dei soldati dell'esercito di Vannevar Bush.
Fortemente
antisovietico, negli anni ‘50 è segretario del CENIS, Center for
International Studies del MIT, che ha stretti rapporti con la CIA.
Non si può dire in che misura De Sola Pool sia un puro ricercatore o
agente coperto dell’intelligence.
martedì 13 dicembre 2011
Facebook è un carcere, Twitter una tenda da campeggio
Un amico mi segnala un post sul suo
blog. Mi interessa la riflessione su come i ‘network sociali’
contribuiscono a un’ “apertura dei confini organizzativi”. Anze
ce la impongo. Però leggo anche che si fa riferimento a “social
network come Facebook e Twitter”. Scrivo all’amico dicendo che
non si può fare di ogni erba un fascio, e che tra Facebook e Twitter
c'è un abisso, e che dunque “non vedo come si possa ritenere
Facebook un mezzo che aiuti ad una ‘apertura dei confini
organizzativi’”.
L’amico mi risponde che ovviamente
Facebook e Twitter sono molto diversi fra loro, “ma tecnicamente
sono entrambi social network”. Mi cita anche due recenti libri che
mettono Facebook e Twitter “nella stessa categoria”, pur
spiegandone le differenze.
Ora mi viene in mente il seguente
commento.
Il Web ci propone il superamento della
modellizzazione e della categorizzazione univoca. I tag permettono di
costruire di volta in volta connessioni diverse, e per questa via
categorie diverse. Perciò l’esistenza stessa del Web dovrebbe
spingerci ogni volta a chiederci: oltre a questo modello, oltre a
questo schema di categorizzazione, quali altri modelli, quali altri
criteri di categorizzazione potremmo adottare?
Ma per farla breve propongo di lavorare
per analogia. I network sociali possono essere con motivo considerati
‘luoghi dove stare ed incontrarsi’. Quindi chiediamoci: che tipo
di abitazione è Facebook, e che tipo di abitazione è Twitter?
Facebook è un carcere, dove sei costretto a stare subendo leggi
altrui; Twitter è una tenda da campeggio, con la quale ti muovi nel
mondo, connessione dopo connessione.
martedì 29 novembre 2011
Dal concetto di 'dato' all'editoria del futuro
Presso il Corso di Laurea Interfacoltà
in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa (dove insegno),
nell'ambito dei Seminari di cultura digitale, il 23 novembre 2011 ho
parlato su questo tema: Dal concetto di dato all’editoria del futuro.
Il
seminario è oralità condivisa, conta quello che si dice. Quando
parlo, evito di leggere, ed evito anche -salvo eccezioni- l'uso di
Power Point. Comunque, è interessante conservare i materiali di
preparazione. Li espongo qui di seguito.
Abstract
Guadando in avanti, non possiamo
limitarci a ragionare di app e di e-book.
Il concetto informatico di dato -in
estrema sintesi: ‘rappresentazioni finita di informazioni’-,
letto in chiave filosofica, apre la strada a un ragionamento
sull’edizione, sull’autore e sulla pubblicazione. Per questa via
si arriva a ripensare -in ambito critico-letterario- il modo
intendere il testo e l’edizione. E a prospettare l’evoluzione
futura della complessiva industria editoriale.
Traccia
Informatica
Umanistica/Umanesimo Informatico
Il
dato in Informatica
La cosa di Kant e il dato come
metafisica
Intrinseca
ambiguità
del dato: littera data, carta fecha
Informatica
transazionale come editoria, editoria come informatica transazionale
Cosa
cambia con il Personal Computer e il Web
Colpi
di coda: App, E-book, iPad, Facebook
Guardare
avanti
Percorso
Cerchiamo di fare un ragionamento
informatico-umanistico; ma anche umanistico-informatico. Non una
disciplina al servizio dell'altra, ma guardare un ambito con
l'epistemologia connessa all'altro ambito. Il significato informatico
di 'codice' ci invita a ripensare il testo letterario. La competenza
narrativa di umanisti ci spinge a criticare il riduzionismo e il
determinismo che reggono i sistemi informativi strutturati. Propongo
un terreno di riflessione dove i due ambiti siano compenetrati,
lascio quindi fuori atteggiamenti del tipo: ‘il libro cartaceo non
scomparirà mai’, ‘la letteratura è una cosa, la scrittura sul
web un’altra’. Mi pongo invece la domanda: come il computing
cambia la letteratura, cosa la letteratura ha da insegnare al
computing.
La produzione di conoscenza non è mai
disgiunta dalla tecnologia.
L’uomo produce conoscenza, produce
letteratura in accoppiamento strutturale con macchine-utensili. Il
computing ci propone sia tecnologie per produzione -word processor-,
sia tecnologie per la pubblicazione -dal ‘salvataggio’ del testo
sul proprio computer alla pubblicazione sul Web.
Il computing ci propone il concetto di
dato come ‘rappresentazioni finita di informazioni’ e
quindi come ‘unità minima fruibile’.
Il dato è un costrutto metafisico. La
riflessione kantiana attorno all'inafferrabilità della cosa porta a
concepire il dato.
Si cerca deterministicamente e
riduzionisticamente un 'punto fermo'.
Si ritiene necessario subordinare
l'esperienza a un modello, a un'idea. Il 'dato' è il simbolo di
questa pretesa certezza, verità apodittica.
Fare riferimento ai dati è fare
riferimento a qualcosa di fondato, stabilito con certezza. Qualcosa
di formalizzato, matematizzato, calcolato e calcolabile. Il progetto
deterministico e riduzionista di Hilbert, e poi su questa base il
lavoro di Gödel, Turing, Alonzo Church, von Neumann, portano a far
riferimento al dato.
Ma il dato, radice do, parla di
dare e ricevere, scambio, transazione.
C’è un paradosso: consideriamo il
dato esistenti prima della transazione, e quindi sottoposto a
transazione, ma il dato invece è in sé transazione, non esiste
prima della transazione.
Littera data, consegnata al
vettore.
In teoria della comunicazione e in
computing-informatica: parliamo di informazione, trattiamo la
conoscenza trascurando la sua produzione, e guardando a come viaggia
sul canale, cioè la prendiamo in carico nel momento in cui è
littera data.
La ricerca filosofica attorno alla cosa
trova (una) conclusione nella nozione informatica di dato.
Ma la stessa parola 'cosa' rimanda a un
giudizio 'dato', convenzionale e legato a un accordo: la 'cosa',
causa, in una versione latina è decisa da un giudice, in una
versione tedesca , Ding e thing, è decisa da una
assemblea. Non è mai 'data' una volta per tutte.
Il dato si fonda sempre su una
convenzione. Il dato è certo solo se non ho preso in considerazione
altri possibili dati.
Guardiamo ora al mondo dell’editoria.
Edere è ‘dare fuori’, rendere pubblico. Non è consegnare al
messaggero.
Lì dove avviene la transazione nasce
il ruolo dell'interprete, dell'editore, del traduttore, del censore
Il computer mainframe resta dalla parte
del broadcasting, gatekeeping
Il personal computer ed il web mettono
in discussione ogni mediatore, ci ricolloca nella situazione
originaria del momento, processo di produzione
Come il dato, il testo canonico è un
tentativo di rispondere all’inafferrabilità del testo.
Così come si rappresenta la cosa nel
dato, si ritiene che il testo esista solo se è canonizzato.
Come il dato è validato se è conforme
al modello, così il testo viene canonizzato. Il dato è validato se
passa al vaglio della transazione, il testo analogamente è vagliato
da editori, editor, interpreti.
Possiamo stabilire un parallelismo tra
computabilità e leggibilità.
Ma nel mondo del personal computer e
del web la transazione non è più il momento centrale, l'autore
pubblica da sé.
Il momento centrale è l'accoppiamento
strutturale uomo-macchina.
Come lo spagnolo sostituisce alla
littera data la carta fecha, la lettura ispanica sposta l'accento
sulla creazione, fare.
La canonizzazione del testo esiste nel
dominio del mainframe, broadcasting, gatekeeping
Nel dominio del personal computer e del
web la letteratura è tradizione, con prevalenza dell'anonimato -
come in letterature ispaniche
Al posto del concetto di canone assume
rilievo l'inevitabile presenza di corpora, delle opera omnia -
concetti eminentemente plurali, fuzzy concepts
L'editoria si trasforma da mediazione
necessaria in apposizione marchio di qualità
L'edizione si trasforma da
canonizzazione necessaria in collezione di varianti
In luogo di macchine per gestire dati,
e quindi garantire transazioni, macchine per produrre conoscenza
Piattaforme senza fondamenti,
pubbliche, controllo diffuso
Parlare di Big Data è andare oltre il
dato, è guardare a una 'scrittura' sulla quale possono essere
costruite reti testuali diverse.
Non più dati discreti ma materiale da
plasmare: fiction.
Il canone vede mostrati i suoi limiti
per mezzo dell'analogia con il modello dei dati. Il web ci mostra
come la rete di testi può essere connessa in canoni diversi, non
alternativi, compresenti.
L'accento si sposta dalla letteratura
come documento (docere) alla letteratura come monumento (monere).
App specializzate per sistema
operativo, eBook, iPad, Facebook sono accomunati dal tentativo
capzioso di riportare nel mondo del Personal Computer e della Rete il
modello di Stampa, Broadcasting e Gatekeeping.
Iscriviti a:
Post (Atom)