sabato 3 marzo 2012

Ian Hickson e l'etica dell'Html 5

Non i parla abbastanza delle persone alle quali dobbiamo la stessa esistenza del World Wide Web, e il suo miglioramento continuo.
Uno di questi, uno dei tanti, è Ian Hickson, l'editore della specifica Html. Facile reperire informazioni sul suo lavoro e sul suo punto di vista;  basta visitare la sua pagina su Google+. Due sue  recenti prese di posizione l'hanno portato al centro dell'attenzione. Si tratta di prese di posizione importanti.
La prima riguarda le modalità di sviluppo del software. Hickson è un gran sostenitore di quell'approccio è anche detto -non di rado in senso spregiativo- detto anche 'beta permanente'.
Hickson ne parla a proposito del suo lavoro nell'ambito del Web Hypertext Application Technology Working Group (WHATWG) -il gruppo di lavoro che si occupa dell'evoluzione del tecnologie Html-. Rivendica i pregi il suo modo di lavorare, che chiama 'living standard model', opponendolo allo 'snapshot model' tradizionalmente adottato da chi lavora nel W3C.
Secondo lo 'snapshot model', "one has a 'draft' that nobody is supposed to implement, and when it's 'ready', that draft is carved in stone and placed on a pedestal. The usual argument is something like 'engineering depends on static definitions, because otherwise communication becomes unreliable'."
Il 'living standard model', che Hickson e il suo gruppo adottano nel lavoro attorno all'Html, è invece
"a standard that we update more or less every day to make it better and better".
Niente è mail del tutto pronto. Ma intanto si può rendere disponibile il codice.
Non una norma imposta dall'alto, ma miglioramento continuo. Questo non vuol dire che seguendo l'approccio 'living standard si possano cambiare le cose in modo arbitrario. "The only possible changes are new features, changes to features that aren't implemented yet or that have only had experimental implementations, and changes to bring the specification even more in line with what is needed for reliable communication, as the argument above puts it (or 'interoperability', as I would put it), i.e. fixing bugs in the spec.".
La necessaria standardizzazione delle risorse definite dal World Wide Web Consortium (W3C), base necessaria per garantire l'interoperabilità, "doesn't depend on static definitions, it depends on accurate definitions".
Posso aggiungere che dietro una definizione statica, "carved in stone and placed on a pedestal", imposta a tutti come fatto compiuto, l'interesse di parte ed eventualmente l'inganno si nascondono bene. Ben più difficile nascondere interesse di parte e inganno dietro una definizione accurata, ridotta allo stretto necessario, costantemente migliorata, trasparente, soggetta al controllo pubblico.
Ora, il ruolo di Hickson è particolarmente importante per via dell'Html5. In parole povere, l'Html5 rende inutili le App. Il potere economico, ed ed anche di controllo sociale, della Apple, per quanto riguarda iPhone e iPad, così come di Google per quanto riguarda il sistema operativo per dispositivi basati su Android, si fonda appunto sulle App, programmi scritti appositamente per ogni diverso sistema operativo: l'Os dell'iPad, Android, ecc. L'Html5 permette invece di accedere direttamente via browser (Safari, Explorer, Firefox, Chrome o quello che sia). Tutto più semplice, più trasparente, economico, uguale per tutti - come dovrebbe essere il World Wide Web.
Per Apple, Google, Microsoft, per i produttori di contenuti, l'importante è 'far pagare', e quindi la totale assenza di protezione dei contenuti sostenuta da Hickson è giudicata un 'punto di debolezza'. Si fa passare per problema tecnico una questione di libertà. O per maggior precisione: una questione etica.
Pochi giorni fa, non a caso, Hickson ha rifiutato una ulteriore proposta di inserire nelle specifiche Html un sistema di protezione dei contenuti multimediali, dichiarando: "I believe this proposal is unethical and that we should not pursue it".
L'etica del Web sta nel garantire uguali condizioni di accesso. Chi ritiene di dover far pagare i contenuti che offre sul Web, faccia pure. I mezzi per raggiungere lo scopo sono diversi. Ma il Web è il Web solo se i suoi standard, come vuole Hickson, restano accurati, ridotti allo stretto necessario, costantemente migliorati, trasparenti, soggetti al controllo pubblico.
Nessuno ce lo viene a dire chiaramente, ma il sogno dei grandi operatori è quello di tornare ad una situazione one to many, una situazione dove i pochi dotati di potere possano decidere cosa va pubblicato e cosa no, e a che condizioni. Hickson e altri come lui, attraverso gli standard, difendono la libertà di accesso. L'etica del Web sta nel garantire a tutti la possibilità di pubblicare.

sabato 25 febbraio 2012

La metafora del baule


La metafora del baule mi pare particolarmente adeguata. E’ una metafora tecnica, legata allo sviluppo dell’Information & Communication Technology. Ci parla di come sia limitante l’idea di Data Base. Il Data Base è una collezione organizzata di informazioni. Prima di iniziare a raccogliere le informazioni, si deve definire il modello, lo schema che prevede quali informazioni possono essere conservate, e dove ogni informazione è conservata. Per accedere all’informazione, si deve andare a cercarla proprio lì.
Non entro in dettagli, e chiedo anzi scusa agli specialisti per la rozzezza della descrizione che ho proposto. Ma il fatto rilevante è che oggi i trend più significativi dell’I&CT tendono a dare per scontata l’esistenza di Data Bases, e quindi a disinteressarsi di Data Bases.
Non importa l’architettura del Data Base, non importa in che forma le informazioni erano originariamente organizzate, non importa il luogo fisico dove risiedono le macchine, non importa su quale disco o altro supporto le informazioni sono memorizzate. Tramite strati di software sovrapposti ad altri stati di software, tramite software dedicati, tramite interfacce, tramite connessioni e reti, le informazioni sono in ogni caso accessibili e collegabili tra di loro.
Dunque alla metafora del Data Base –software che ci complicano la vita, e pongono vincoli alla possibilità di conservare e riutilizzare informazioni e conoscenze–, si sostituisce la semplice metafora del baule: informazioni, conoscenze, documenti, testi, tabelle di dati quantitativi, tutto può essere conservato senza problemi, in modo affastellato, sconnesso, confuso, incoerente, dispersivo. L’accumulazione disordinata non genera problemi. Quello che serve, quando serve, nella forma che serve, potrà comunque essere recuperato e fruito.
Elenco qui le definizioni più comuni di alcune delle aree tecnologiche che permettono di considerare superato il Data Base. 
Si sa che la formulazione dei concetti, nel mondo dell’Information & Communication Technology, passa attraverso formulazioni tecniche e acronimi che rendono ostica la comprensione ai non specialisti, e spesso anche agli stessi specialisti. Si tratta di sigle che sono state, o sono, diversamente attuali come comodo supporto alla vendita di servizi e di consulenza e di vere o false novità.  In realtà nascondo serissimi concetti che meriterebbero una riflessione filosofica. Ma mi limito qui a enumerarli alla rinfusa, come elenco aperto -non li colloco, appunto, in un Data Base-.
On line Analytical Processing (OLAP); Enterprise Application Interchange (EAI); Extracting, Transforming (o Transporting) and Loading (ETL); Middleware; Web services, Service Oriented Architechture (SOA); Semantic Web; Content Management System (CMS); Business Intelligence; Data Mining; Information Retrieval; Knowledge Discovery in Databases (KDD).
Qualcuno forse non vedrà sufficienti punti di contatto tra queste tecnologie: ma se accettiamo la metafora del baule tutto ci apparirà più chiaro: per avere a disposizione la conoscenza che serve, non c'è più bisogno di conservare su scaffali preordinati oggetti discreti, corrispondenti a un modello. 
Non buttate via nulla, conservate alla rinfusa tutto in un baule. Questo basta. Quando sarà il momento ci preoccuperemo di cosa estrarre, e come. 
Per questo non è più vero il vecchio adagio dei tecnici -"garbage in, garbage out"- che si giustificavano attribuendo alla scarsa qualità dei dati ogni responsabilità della cattiva risposta offerta alle aspettative degli utenti. 
Il computing appare sempre meno come ordinamento di dati entro entro un modello strutturato -il Data Base- e invece sempre di più come processo alchemico, capace di trasformare scorie e materiali spuri in oro. 


sabato 21 gennaio 2012

Stop Online Piracy Act (SOPA), Protect IP Act (PIPA) e la nozione del Copyright


Nell’ultima settimana due progetti di legge in discussione presso il Congresso degli Stati Uniti -Stop Online Piracy Act (SOPA), alla Camera dei Rappresentanti, Protect IP Act (PIPA) al Senato- sono stati rimessi almeno per il momento rimessi nel cassetto. Progetti sostanzialmente convergenti, formalmente tesi a bloccare l’accesso a siti web sospettati anche solo vagamente di violazioni del copyright. I titolari di diritti lesi, in base alle leggi, potrebbero agire per vie legali non solo nei confronti di chi abbia materialmente commesso la violazione, ma anche nei confronti dei siti e dei portali che ospitano i contenuti in violazione di copyright.
Schierati a favore, le associazioni industriali dei produttori di Computer Games, Entertainment Software Association; dell’industria cinematografica, Motion Picture Association of America; dell’industria discografica, Recording Industry Association of America; e ancora grandi gruppi editoriali: Macmillan, gradi brand: Nike, L'Oréal. Contro Google, Facebook, Yahoo, insieme a Wikipedia, alla Electronic Frontier Foundation e a Human Rights Watch.
Gli schieramenti mostrano che si tratta di un tentativo di arbitrare tra le pressioni e le pretese di due grandi lobby: da un lato l’industria editoriala nata prima dell’avvento del computing e del World Wide Web, dall’altro l’industria che vive del Web.
In ogni caso, non si tratta certo di una legge tesa a difendere diritti dei cittadini, compresi tra questi i produttori di conoscenza. Dico produttori di conoscenza perché le antiche e belle parole che conosciamo -innanzitutto ‘autore’- nel contesto offertoci dal computing e dal World Wide Web, appaiono superate. E non costituiscono certo un passo avanti, nel descrivere situazioni e possibilità, nuove espressioni come utente, user content generator, e simili.
Il fatto è che i diritti -così anche il copyright- sono stabiliti a partire da una tecnologia. “Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa”. Il copyright “non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti”. “Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano ‘scritti’ in forma tangibile, leggibile da un essere umano”. Ma poi via via nuovi Gatekeeper, mediatori tecnologicamente necessari come lo è dal 1500 la stampa, hanno spinto la norma sul copyright ad allargare il proprio ambito di copertura, fino a farne un mostro giuridico. Fino a quando, dagli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai nostri giorni, con l’avvento del Computing e poi del World Wide Web, si è tentato di allargare l’ambito del copyright fino ad abbracciare la produzione e l’uso di conoscenza sulla Rete. Con esiti sempre insoddisfacenti.
Ciò che serve non “Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più”.

Ho tratto le citazioni sopra riportate da un articolo di Ithiel de Sola Pool. Scritto trent’anni fa, mi pare molto più attuale delle cose che si leggono in questi giorni sui giornali, ed anche nei commenti di pretesi esperti. Di seguito riporto un paragrafo dell’articolo. (Ithiel de Sola Pool, “La cultura della stampa elettronica”, in Comunità, anno XXXVIII, n. 186, dicembre 1984. Al momento, non ho trovato la fonte originale, che comunque è successiva al 1981).

[Con la pubblicazione elettronica] spaventose sono le implicazioni per la proprietà letteraria. Anzi la nozione stessa di copyright diventa obsoleta, perché legata alla tecnologia della stampa. Il riconoscimento della proprietà letteraria e la pratica del pagamento di diritti d’autore sono emersi con la stampa.
Quando in un luogo si riproducevano copie numerose, diventava relativamente facile identificare la fonte delle copie e il loro numero; e il luogo in cui venivano stampate era quello in cui erra pratico applicare controlli o conteggi fiscali. Infatti l’usanza del copyright cominciò di fatto, se non con quel nome, nel 1557, in Inghilterra, quando Filippo e Maria, nel tentativo di porre fine alla pubblicazione di libri sediziosi ed eretici, limitarono il diritto di stampa a membri della Stationers’ Company, assegnando a questa associazione il diritto di cercare e confiscare tutte le pubblicazioni stampate contrarie alle leggi scritte o a decreti. Otto anni dopo la Stationers’ Company, forte di quel potere, creò un sistema di copyright per i propri membri. Nel 1709 il Prlamento approvò la prima legge sul diritto d’autore. (Jan Parsons, Copyright and Society, in Asa Briggs (a cera di), Essays in the History of Publishing, Longman, Londra, 194, pp. 331e segg.).
Per i modi di riproduzione in cui non esisteva un luogo di controllo tanto facile come nell’editoria a stampa, secondo la legge consuetudinaria non si applicava il concetto di copyright. Non è stato applicato alla conversazione, ai discorsi, o al canto, in privato o in pubblico, fino a tempi molto recenti. Il copyright fu un adattamento specifico a una particolare tecnologia e ai problemi e alla possibilità che essa creava.
La legge lo riconobbe. Il caso fondamentale di riferimento è negli stati Uniti il processo Withe Smith v. Apollo. Negò la protezione ai rulli delle pianole e alle registrazioni sonore perché non erano “scritti” in forma tangibile, leggibile da un essere umano. (209 US 1(1908). Cfr. anche Goldsmith v. Calif. 421 USA 546 (1973) sulle registrazioni sonore). Quel concetto d’autore legato alla consuetudinaria escluse della protezione molte delle nuove tecnologie della comunicazione apparse dopo il 1908. Ma l’industria cinematografica, discografica e più recentemente televisiva hanno persuaso il Congresso, visto che i tribunali non erano disposti a farlo, a estendere la protezione anche a loro. Er le prime tecnologie nuove, il cinema e i dischi, questa estensione seguiva una logica sensata. Come nel casso dei libri, si trattava di oggetti materiali prodotti in copie multiple in uno stabilimento di produzione. Lo stesso sistema che era stato applicato qualche secolo prima alla stampa poteva in sostanza valere. Ma con la comparsa della riproduzione elettronica il concetto è diventato inadeguato. La pubblicazione elettronica è analoga alla comunicazione a voce del diciottesimo secolo, non a quella tipografica dello stesso periodo.
Si pensi ad esempio alla distinzione fondamentale che la legge sul diritto d’autore stabilisce tra lettura e scrittura. Leggere un testo sotto diritti non costituisce una violazione della proprietà letteraria, lo è soltanto copiarla in uno scritto. Come si applica questo principio al terminale di un computer? L’unica maniera di leggere un testo archiviato in una memoria elettronica è visualizzarlo su uno schermo; lo si scrive per leggerlo. Per trasmetterlo ad altri, però, non lo si scrive, si fornisce soltanto una parola d’ordine che dia l’accesso alla propria memoria. Se quindi non si è scritto il testo, la violazione c’è stata?
O si consideri il caso di un programma che generi output computerizzato. Magari il programma opera su dati numerici e genera un resoconto con tendenze di periodo, medie e correlazioni. Magari il programma opera su un manoscritto e genera riassunti prodotti dal computer. Certamente il programma computerizzato che fa tutto ciò è un testo, che per la legge attuale può essere protetto dal copyright. Ma in quale posizione si trova il testo generato dal programma e dal computer? Chi ne è l’autore? Il computer?
L’idea che una macchina sia capace di lavoro intellettuale non rientra nell’ambito della normativa sul diritto d’autore. Un computer può violare il copyright? Il breve, nell'intero processo della comunicazione elettronica appaiono versioni il cui testo è in parte controllato da persone e in parte automatico. Parte del testo non è mai visibile, ma è soltanto memorizzata elettronicamente; parte appare per un attimo su un tubo catodico; parte viene stampata su carta. Ciò che è cominciato come un certo testo varia e cambia per gradi fino a diventare qualcos’altro. Chi lo riceve può essere un individuo chiaramente identificato o un’altra macchina, che non stampa mai il testo, ma utilizza soltanto l’informazione per produrre un’altra cosa. Bisognerà inventare concetti completamente nuovi per compensare il lavoro creativo. Il concetto di copyright basato sulla stampa non funziona più.
Non sto esponendo una tesi catastrofica. Il fatto che le note, le bibliografie, gli schedari e il copyright non avranno senso per la pubblicazione elettronica come l’avevano per i libri e gli articoli stampati (per i quali sono stati concepiti) non vuol dire che l'ingegno umano non possa risolvere il problema. Per molti scopi le versioni canoniche , i cataloghi, e anche i meccanismi di compensazione sono essenziali. Si troverà il modo per garantire almeno in qualche misura queste esigenze, nonostante la situazione fluida dell’elaborazione interattiva conversazionale. Certo non so quale tipo di convenzioni si costituiranno, ma sono sicuro che non corrisponderanno ai concetti attuali.


domenica 15 gennaio 2012

Macchine perturbanti, o automi


A Vienna, nel 1919, nei giorni dell’inizio della fine -la prima Guerra Mondiale è appena terminata, il millenario Impero si è sbriciolato- Sigmung Freud, riprendendo in mano un più vasto saggio che aveva da ani nel cassetto, scrive a proposito dell’Unheimliche. (Sigmund Freud, “Das Unheimliche”, Imago, Band V, Wien, 1919; trad. it. Leonardo e altri scritti, Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, I, Boringhieri, Torino, 1969, pp. 267-307).
Riflette attorno a “quella sorta di spaventoso che risale a ciò che ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”.
Poco ci importa che i traduttori italiani abbiano ormai canonizzato una traduzione: perturbante. Questa espressione rende ben poco del tedesco. Unheimlich, nota Freud, è evidentemente l’antitesi di Heimlich, da heim, ‘casa’, e di Heimisch, ‘patrio’, ‘nativo’, e quindi: ‘familiare’, ‘abituale’. E’ ovvio quindi dedurre che “se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare”. E dunque ecco l’inquietante, sinistro, lugubre, sospetto, spaventoso, tenebroso, straniero, estraneo, fonte di disagio, di cattivo augurio, unconfortable, gloomy, ghastly.
Freud nota che ciò che per uno è Heimlich per l’altro è Unheimlich. Così come, possiamo ricordare, seguendo la lezione di Marcel Mauss, il gift è allo stesso tempo dono e veleno: ognuno teme ciò che non gli è familiare, cioè che risulta ignoto e straniero. Ma non basta questo ad avvicinare il mistero dell’Unheimlich. Per coglierlo, ci dice Freud, dobbiamo seguire Schelling. “Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto restare segreto, nascosto, ed invece è affiorato”.
Ecco dunque che nel Dizionario Tedesco di Jakob e Wilhelm Grimm alla voce Heimlich troviamo, accanto al senso di ‘familiare’, ‘domestico’, ‘natale’: “Heimlich in quanto alla conoscenza”: in questo senso, ci dicono i fratelli Grimm, Heimlich traduce il latino mysticus, divinus, occultus, figuratus. (Jakob e Wilhelm Grimm, Deutsches Wortërbuch, Hirzel, Leipzig, 1877). Sicché, commentano i fratelli Grimm, “Heimlich assume il significato proprio di Unheimlich, come mostra una frase del drammaturgo Friedrich Maximilian Klinger: “a volte mi sento un uomo che vaga nella notte e crede negli spettri; per lui ogni angolo è sinistro (Heimlich) e dà i brividi”.
Anche a casa nostra, anche nella nostra città, nella nostra patria, nel mondo caldo e familiare dove dovremmo essere protetti da ogni pericolo esterno viviamo nel sospetto e nel timore, viviamo nel timore.
Freud, si sa, vuole parlarci dell’inconscio, ma nel farlo ci sta parlando di conoscenza.
L’ Heimlich-Unheimlich “in quanto conoscenza”: una conoscenza che ci è familiare, che ci rassicura e ci offre conferme. E che e al contempo ci è estranea, provoca spavento, contiene qualcosa di inquietante e sinistro che preferiremmo tenere lontano da noi.
Freud -parlandoci da una Vienna che a lui stesso inizia a diventare straniera, e che giorno dopo giorno svela il suo lato tenebroso e sinistro- ci avvicina così a uno dei nodi della cultura del Ventesimo Secolo. Mentre Freud ci invita ad accettare le nostre tenebre, ed il nostro stesso essere stranieri a noi stessi, scienziati e filosofi tentano di definire linguaggi capaci di rendere esplicita ogni oscurità, linguaggi capaci di descrivere ogni cosa.
Progetto mitteleuropeo che sarà centrale nelle Macy Conferences, progetto che vedrà i suoi esiti nel Computing e nell’informatica: tentativo di sostituire all’informe conoscenza una informazione ben controllata e codificata; assoggettata a un canone e ad una autorità, cosicché si possa essere esentati dal dover guardare in terreni ignoti, dal dover prendere in considerazione ciò che appare pericoloso e scandaloso.
Non solo: in Das Unheimliche Freud ci anticipa anche uno dei passaggi chiave del dibattito che animerà negli Stati Uniti le Macy Conferences, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Cinquanta: il confine tra uomo e macchina. Dove l’uomo rischia di soccombere alla sua inesausta ricerca di scoprire ciò che è segreto -l’ambizione di Faust così come ci è narrata da Goethe- nasce il bisogno di disporre di macchine. Se l’uomo non può sopportare il brivido della paura che coglie chi cerca l’ignoto, il segreto, il troppo difficile, potranno forse andare oltre macchine.
Macchine che superino l’imperfezione umana, macchine antropomorfe. Non a caso Freud ci parla di “figure di cera”, “bambole ingegnose”, “automi”. E del dubbio che “un essere apparentemente animato sia vivo davvero”, e che viceversa “un oggetto privo di vita non sia per caso animato”.

giovedì 22 dicembre 2011

Ithiel De Sola Pool, 1982

Metto Ithiel De Sola Pool, contraddittorio personaggio, vicino a Vannevar Bush, Licklider, Engelbart, Ted Nelson -variamente citati in questo blog.
Basta questa citazione del 1982: "All’inizio la pubblicazione diventa elettronica perché un cronista scrive il suo articolo su un word processor e l'editing e l'impaginazione avvengono con l'ausilio di un computer; ma alla fine esce un giornale che ha l'aspetto di sempre. Questo è soltanto l'inizio. La futura pubblicazione elettronica potrà essere forse più simile al ragazzino con il videogioco delle guerre spaziali, permeato di luci e di suoni accanto alle parole. Il giocatore comincia; la macchina risponde. È un processo di conversazione attiva. Può essere divertimento; può essere gestione della vita quotidiana; può essere lavoro. Qualunque cosa sia, alla fine probabilmente assomiglierà alla pubblicazione come l'intendiamo oggi più o meno allo stesso modo in cui gli affari o i prodotti della conglomerata Time-Life assomigliano allo scriptorium di un monastero".
Ithiel De Sola Pool: di famiglia ebrea, trotzkista da giovane, durante la Seconda Guerra Mondiale -come Bateson, Mead, Lazarsfeld- lavora nel campo della comunicazione di massa: studia con Harold Lasswell la propaganda nazista; anche lui è uno dei soldati dell'esercito di Vannevar Bush.
Fortemente antisovietico, negli anni ‘50 è segretario del CENIS, Center for International Studies del MIT, che ha stretti rapporti con la CIA. Non si può dire in che misura De Sola Pool sia un puro ricercatore o agente coperto dell’intelligence. 

martedì 13 dicembre 2011

Facebook è un carcere, Twitter una tenda da campeggio


Un amico mi segnala un post sul suo blog. Mi interessa la riflessione su come i ‘network sociali’ contribuiscono a un’ “apertura dei confini organizzativi”. Anze ce la impongo. Però leggo anche che si fa riferimento a “social network come Facebook e Twitter”. Scrivo all’amico dicendo che non si può fare di ogni erba un fascio, e che tra Facebook e Twitter c'è un abisso, e che dunque “non vedo come si possa ritenere Facebook un mezzo che aiuti ad una ‘apertura dei confini organizzativi’”.
L’amico mi risponde che ovviamente Facebook e Twitter sono molto diversi fra loro, “ma tecnicamente sono entrambi social network”. Mi cita anche due recenti libri che mettono Facebook e Twitter “nella stessa categoria”, pur spiegandone le differenze.
Ora mi viene in mente il seguente commento.
Il Web ci propone il superamento della modellizzazione e della categorizzazione univoca. I tag permettono di costruire di volta in volta connessioni diverse, e per questa via categorie diverse. Perciò l’esistenza stessa del Web dovrebbe spingerci ogni volta a chiederci: oltre a questo modello, oltre a questo schema di categorizzazione, quali altri modelli, quali altri criteri di categorizzazione potremmo adottare?
Ma per farla breve propongo di lavorare per analogia. I network sociali possono essere con motivo considerati ‘luoghi dove stare ed incontrarsi’. Quindi chiediamoci: che tipo di abitazione è Facebook, e che tipo di abitazione è Twitter? Facebook è un carcere, dove sei costretto a stare subendo leggi altrui; Twitter è una tenda da campeggio, con la quale ti muovi nel mondo, connessione dopo connessione.  

martedì 29 novembre 2011

Dal concetto di 'dato' all'editoria del futuro

Presso il Corso di Laurea Interfacoltà in Informatica Umanistica dell'Università di Pisa (dove insegno), nell'ambito dei Seminari di cultura digitale, il 23 novembre 2011 ho parlato su questo tema: Dal concetto di dato all’editoria del futuro.
Il seminario è oralità condivisa, conta quello che si dice. Quando parlo, evito di leggere, ed evito anche -salvo eccezioni- l'uso di Power Point. Comunque, è interessante conservare i materiali di preparazione. Li espongo qui di seguito.
Abstract
Guadando in avanti, non possiamo limitarci a ragionare di app e di e-book.
Il concetto informatico di dato -in estrema sintesi: ‘rappresentazioni finita di informazioni’-, letto in chiave filosofica, apre la strada a un ragionamento sull’edizione, sull’autore e sulla pubblicazione. Per questa via si arriva a ripensare -in ambito critico-letterario- il modo intendere il testo e l’edizione. E a prospettare l’evoluzione futura della complessiva industria editoriale.

Traccia
Informatica Umanistica/Umanesimo Informatico
Il dato in Informatica
La cosa di Kant e il dato come metafisica
Intrinseca ambiguità del dato: littera data, carta fecha
Informatica transazionale come editoria, editoria come informatica transazionale
Cosa cambia con il Personal Computer e il Web
Colpi di coda: App, E-book, iPad, Facebook
Guardare avanti

Percorso
Cerchiamo di fare un ragionamento informatico-umanistico; ma anche umanistico-informatico. Non una disciplina al servizio dell'altra, ma guardare un ambito con l'epistemologia connessa all'altro ambito. Il significato informatico di 'codice' ci invita a ripensare il testo letterario. La competenza narrativa di umanisti ci spinge a criticare il riduzionismo e il determinismo che reggono i sistemi informativi strutturati. Propongo un terreno di riflessione dove i due ambiti siano compenetrati, lascio quindi fuori atteggiamenti del tipo: ‘il libro cartaceo non scomparirà mai’, ‘la letteratura è una cosa, la scrittura sul web un’altra’. Mi pongo invece la domanda: come il computing cambia la letteratura, cosa la letteratura ha da insegnare al computing.

La produzione di conoscenza non è mai disgiunta dalla tecnologia.
L’uomo produce conoscenza, produce letteratura in accoppiamento strutturale con macchine-utensili. Il computing ci propone sia tecnologie per produzione -word processor-, sia tecnologie per la pubblicazione -dal ‘salvataggio’ del testo sul proprio computer alla pubblicazione sul Web.

Il computing ci propone il concetto di dato come ‘rappresentazioni finita di informazioni’ e quindi come ‘unità minima fruibile’.
Il dato è un costrutto metafisico. La riflessione kantiana attorno all'inafferrabilità della cosa porta a concepire il dato.
Si cerca deterministicamente e riduzionisticamente un 'punto fermo'.
Si ritiene necessario subordinare l'esperienza a un modello, a un'idea. Il 'dato' è il simbolo di questa pretesa certezza, verità apodittica.
Fare riferimento ai dati è fare riferimento a qualcosa di fondato, stabilito con certezza. Qualcosa di formalizzato, matematizzato, calcolato e calcolabile. Il progetto deterministico e riduzionista di Hilbert, e poi su questa base il lavoro di Gödel, Turing, Alonzo Church, von Neumann, portano a far riferimento al dato.
Ma il dato, radice do, parla di dare e ricevere, scambio, transazione.
C’è un paradosso: consideriamo il dato esistenti prima della transazione, e quindi sottoposto a transazione, ma il dato invece è in sé transazione, non esiste prima della transazione.
Littera data, consegnata al vettore.
In teoria della comunicazione e in computing-informatica: parliamo di informazione, trattiamo la conoscenza trascurando la sua produzione, e guardando a come viaggia sul canale, cioè la prendiamo in carico nel momento in cui è littera data.
La ricerca filosofica attorno alla cosa trova (una) conclusione nella nozione informatica di dato.
Ma la stessa parola 'cosa' rimanda a un giudizio 'dato', convenzionale e legato a un accordo: la 'cosa', causa, in una versione latina è decisa da un giudice, in una versione tedesca , Ding e thing, è decisa da una assemblea. Non è mai 'data' una volta per tutte.
Il dato si fonda sempre su una convenzione. Il dato è certo solo se non ho preso in considerazione altri possibili dati.

Guardiamo ora al mondo dell’editoria. Edere è ‘dare fuori’, rendere pubblico. Non è consegnare al messaggero.

Lì dove avviene la transazione nasce il ruolo dell'interprete, dell'editore, del traduttore, del censore
Il computer mainframe resta dalla parte del broadcasting, gatekeeping
Il personal computer ed il web mettono in discussione ogni mediatore, ci ricolloca nella situazione originaria del momento, processo di produzione
Come il dato, il testo canonico è un tentativo di rispondere all’inafferrabilità del testo.
Così come si rappresenta la cosa nel dato, si ritiene che il testo esista solo se è canonizzato.
Come il dato è validato se è conforme al modello, così il testo viene canonizzato. Il dato è validato se passa al vaglio della transazione, il testo analogamente è vagliato da editori, editor, interpreti.
Possiamo stabilire un parallelismo tra computabilità e leggibilità.

Ma nel mondo del personal computer e del web la transazione non è più il momento centrale, l'autore pubblica da sé.
Il momento centrale è l'accoppiamento strutturale uomo-macchina.
Come lo spagnolo sostituisce alla littera data la carta fecha, la lettura ispanica sposta l'accento sulla creazione, fare.
La canonizzazione del testo esiste nel dominio del mainframe, broadcasting, gatekeeping
Nel dominio del personal computer e del web la letteratura è tradizione, con prevalenza dell'anonimato - come in letterature ispaniche
Al posto del concetto di canone assume rilievo l'inevitabile presenza di corpora, delle opera omnia - concetti eminentemente plurali, fuzzy concepts
L'editoria si trasforma da mediazione necessaria in apposizione marchio di qualità
L'edizione si trasforma da canonizzazione necessaria in collezione di varianti
In luogo di macchine per gestire dati, e quindi garantire transazioni, macchine per produrre conoscenza
Piattaforme senza fondamenti, pubbliche, controllo diffuso
Parlare di Big Data è andare oltre il dato, è guardare a una 'scrittura' sulla quale possono essere costruite reti testuali diverse.
Non più dati discreti ma materiale da plasmare: fiction.
Il canone vede mostrati i suoi limiti per mezzo dell'analogia con il modello dei dati. Il web ci mostra come la rete di testi può essere connessa in canoni diversi, non alternativi, compresenti.
L'accento si sposta dalla letteratura come documento (docere) alla letteratura come monumento (monere).
App specializzate per sistema operativo, eBook, iPad, Facebook sono accomunati dal tentativo capzioso di riportare nel mondo del Personal Computer e della Rete il modello di Stampa, Broadcasting e Gatekeeping.